agostini

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27 agosto 2020

L’apparato produttivo (manifattura più servizi) umbro, così come quello italiano, andrà incontro a una lunga e non semplice fase di ristrutturazione. Gli interventi, nazionali e regionali, di questi mesi hanno giustamente avuto carattere emergenziale per fare fronte in particolare alle esigenze di circolante e di contenimento dei costi delle imprese. Credo sia giunto il momento di cominciare a pensare a un pacchetto organico di misure di politica economica che sia molto compatto, selettivo e di rapida realizzazione. Il modo in cui i progetti verranno elaborati inciderà sulle possibilità e i tempi di realizzazione. Il commissario europeo Gentiloni ha recentemente detto che affinché il Recovery Fund (letto in prospettiva Next Generation EU) possa trasformare le nostre economie in senso più sostenibile, inclusivo e competitivo occorrerà concentrarsi su sette otto progetti che trascinino gli altri, piuttosto che disperdersi in cento progetti per dare segnali a tutti. Questo è l’approccio che va seguito anche in Umbria.

Proviamo allora a dare qualche suggerimento. Innanzitutto di metodo. La condivisione con le forze sociali continua a essere fondamentale. Non credo però nelle formule del passato – i diversi formati dei “tavoli per lo sviluppo”- quanto piuttosto a un ampliamento degli interlocutori coinvolgendo anche le soggettività dell’ambientalismo, dell’impresa sociale, del civismo. Il tempo dei patti neocorporativi è finito da un pezzo. Una cabina di regia forte, sia da un punto di vista politico che tecnico, assumerebbe la funzione di raccordo e di indirizzo. Nel merito. Il punto di attacco resta l’inversione di tendenza nell’andamento declinante della produttività. Spesso in materia di produttività si tende a riferirsi esclusivamente alla manifattura. Il bel lavoro di Bracalente e Montrone (Produttività e redditività delle imprese, Franco Angeli 2019)) ha messo bene in evidenza come l’ambito sia ben più ampio, con particolare riferimento al settore dei servizi. Ed è proprio lì che si annidano sacche di resistenza all’innovazione, nel tentativo di conservare situazioni di “controllo” del mercato. Pensiamo all’offerta turistica e alla qualità delle strutture. Certo è importante la promozione di quello che viene da tempo chiamato “brand Umbria” ma se non ci poniamo tutti il problema di un rinnovamento profondo di questo settore strategico dell’economia regionale, i frutti non potranno che avere natura congiunturale. In altri termini, bene sollecitare la domanda ma una riflessione sulla qualità dell’offerta e sul protagonismo insostituibile del privato andrà prima o poi avviata.

Secondo, un piano integrato di infrastrutture che punti decisamente sulla rotaia e sui collegamenti aerei e sull’ammodernamento e manutenzione della struttura viaria esistente. La sostenibilità della nostra regione non può essere declinata solo in tema di ambiente paesaggistico ma anche per politiche attive per l’ambiente, nel senso di cambiamento di scelte e comportamenti che hanno un forte impatto.

Da qui una terza indicazione, un grande piano per rendere i centri storici umbri “car free” entro 5 anni. L’esempio di Perugia va preso come esperienza da evitare, lo dico da residente. Le scelte non-scelte per la mobilità nel centro storico non solo non hanno comportato alcun beneficio alle attività economiche ma hanno determinato un vero e proprio soffocamento da parte delle auto. Impedendo di fatto un rilancio della residenzialità e delle attività economiche che sono i prerequisiti perché un centro storico possa vivere. Una scelta autenticamente “verde” è quella di liberare completamente i centri dalle auto e riconvertire il collegamento pubblico a solo elettrico, facendo di questa soluzione anche un potente elemento di attrazione turistica.

Quarto, incentivi a attività imprenditoriali per l’installazione su tutto il territorio regionale di una diffusa rete di punti di ricarica delle auto elettriche. La transizione verde si materializza in tante piccole scelte coerenti. Veniamo ora alla manifattura, su cui più si è discusso e più avanzato è anche il confronto per le linee da adottare. Mi limito quindi a poche considerazioni.

Quinto, approfittare della fase congiunturale di ripresa dell’export per incrementare ancor più le risorse a disposizione per il sostegno all’internazionalizzazione delle imprese. Esplicitare l’obiettivo di ridurre, fino all’annullamento, il gap tra Umbria e Italia nel contributo della componente estera della domanda sul Pil. Attraverso il rafforzamento della competitività delle imprese già presenti sui mercati esteri e sostenendo l’accesso di quelle che vi aspirano. Lascerei cadere suggestioni del tipo “reshoring” della produzione sia per i costi elevati, finanziari e operativi, sia per il messaggio di chiusura dell’economia regionale che inevitabilmente porta con sé.

Sesto, incentivare e puntare realmente su una stretta collaborazione tra centri dell’Università e imprese per la ricerca di nuovi prodotti, nuove soluzioni organizzative e tecnologiche, penetranti processi di digitalizzazione. Il contributo delle startup ci può essere certo, ma è solo al margine. Pensare che la svolta nell’economia umbra possa venire da un proliferare “californiano” di startup performanti è pura utopia. Puntiamo piuttosto su ciò che c’è, ed è molto, nel mondo variegato delle imprese di eccellenza umbre, al fine di un’ulteriore qualificazione e impatto occupazionale.

Chiudo con due sollecitazioni sul versante pubblico. Settimo, la Scuola Umbra di pubblica amministrazione ha svolto in questi anni un prezioso lavoro di aggiornamento professionale di dirigenti e funzionari pubblici. A questo andrebbe affiancata un’attività, in stretto collegamento con l’Università, di predisposizione di corsi e master di management nella PA.

Ottavo, il public procurement. La qualificazione della domanda pubblica (Regione, Enti locali etc) può rappresentare uno stimolo e persino una guida all’innalzamento qualitativo dell’offerta. Un progetto di eccellenza dell’università di Perugia (DICA, di cui mi riprometto di parlare in altra sede) si muove in questa direzione per la qualità della ricostruzione post sisma e la manutenzione straordinaria delle infrastrutture. Un ottimo risultato è venuto anche da un progetto europeo (Prominent Med) di cui è stata leader Sviluppumbria con la riqualificazione di una scuola per l’infanzia a Narni. Se queste poche idee saranno utili per una discussione, avranno raggiunto il loro obiettivo.                   

Mauro Agostini